Salviamo i paesi: trenta idee per ripensare l’Italia dei borghi
Dopo il confronto con Christian Raimo, lo scrittore e paesologo irpino lancia sui social un manifesto in 30 punti per contrastare spopolamento, perdita dei servizi e declino delle aree interne.
di Dino Alice · 04 settembre 2026 · 19:51
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Non è bastato rispondere a Christian Raimo. Franco Arminio, scrittore, poeta e paesologo di Bisaccia, nell’Irpinia, dopo aver alimentato il dibattito social nato dalle parole dello scrittore romano sull’Italia dei borghi descritta tra alcolismo, maschilismo e razzismo, ha deciso di fare un passo ulteriore. Non soltanto una replica, dunque, ma una proposta. Anzi, trenta.
Salviamo i paesi: trenta idee per ripensare l’Italia dei borghi
Le ha pubblicate sui suoi profili social con un titolo che suona come un appello e, insieme, come una provocazione: “Salviamo i paesi: trenta modi per ripensarli”. Trenta punti numerati come articoli di legge per immaginare un nuovo modo di guardare alle aree interne italiane. Non un piano istituzionale, precisa lo stesso Arminio, «che tra l’altro nessuno mi ha chiesto», ma una piattaforma aperta al confronto, fatta di proposte concrete, idee radicali, sussidi, ministeri immaginari e una buona dose di visionarietà.
Il punto di partenza è netto: i paesi non possono essere considerati un problema marginale. «I paesi sono una delle più grandi questioni dell’Italia, una sua caratteristica peculiare. Rigenerarli è rigenerare l’Italia», scrive Arminio.
La sua è una fotografia impietosa di un Paese che continua a perdere residenti, servizi e opportunità nei piccoli comuni. «Attualmente c’è solo la spesa, su base prevalentemente regionale, peraltro di modesta entità e senza visione d’insieme», osserva. La strategia nazionale, secondo il poeta di Bisaccia, «langue in un mare di carte»: si moltiplicano programmi, bandi e scenari, ma «il film non comincia mai».
Da qui la necessità di cambiare prospettiva. Non finanziare i piccoli comuni soltanto in base al numero degli abitanti, ma considerando estensione territoriale, altimetria e distanza dai grandi centri. Perché amministrare un territorio montano e fragile non costa quanto governare una realtà urbana. E perché, per Arminio, anche un bosco, una sorgente, un pascolo o un paesaggio rappresentano beni pubblici da tutelare.
Salviamo i paesi: trenta idee per ripensare l’Italia dei borghi
Nasce così una delle sue proposte più suggestive: il “Reddito di premura”, destinato a chi si prende cura del territorio. Una sorta di riconoscimento economico per chi custodisce boschi, sorgenti e pascoli, inserito in un più ampio Piano nazionale di restauro e manutenzione dei paesaggi che dovrebbe coinvolgere almeno 30 mila giovani per dieci anni.
Ma il progetto guarda anche alle case vuote e allo spopolamento. Per chi acquista una casa in un paese sotto i 3 mila abitanti, Arminio immagina dieci anni senza tasse, con esclusione dei redditi più elevati, e un catalogo nazionale degli immobili disponibili a prezzi contenuti per chi decide di trasferire la propria residenza dalla città al paese. «Bisogna incentivare gli abitanti stabili più che il turismo estivo», sostiene.
La casa, però, non dovrebbe avere una sola funzione. Nei centri storici può diventare abitazione, ufficio, laboratorio. E i palazzi antichi, oggi spesso vuoti, dovrebbero tornare a essere luoghi vivi. «Una bella casa è un patrimonio di tutti, prima che di una famiglia», scrive Arminio, chiedendo un intervento diretto dello Stato laddove il mercato non è interessato al recupero.
Poi c’è il lavoro. Piccoli poli produttivi senza costruire nuovi capannoni, utilizzando scuole abbandonate, opifici dismessi e palazzi signorili. Decentramento di attività e uffici pubblici dalle aree sovraffollate verso quelle a bassa densità. Incentivi fino all’80 per cento per le imprese agricole, agevolazioni per le giovani attività e sostegno all’agricoltura biologica e ai piccoli contadini.
Anche un orto, nella visione di Arminio, può diventare una forma di economia e cura del territorio: ogni orto coltivato potrebbe ricevere un contributo annuo di 500 euro, con l’esclusione dei piccoli appezzamenti domestici.
E poi la comunità. Le associazioni che organizzano feste e iniziative culturali dovrebbero poter contare su un “Reddito di comunità”, attraverso agevolazioni e locali pubblici gratuiti. Gli artisti, poeti e scrittori residenti nei piccoli paesi e privi di reddito da lavoro potrebbero invece ricevere un «Contributo pubblico di creatività» di 600 euro al mese.
Arminio immagina anche una politica diversa, più vicina ai territori. Consigli comunali eletti con sistema proporzionale, liste con un’età media non superiore ai 40 anni, una donna, un laureato e un under 30 in ogni giunta. E ancora: almeno quattro consiglieri regionali residenti nei comuni sotto i 3 mila abitanti, il 20 per cento dei parlamentari proveniente da paesi sotto i 5 mila abitanti e almeno due ministri residenti in piccoli comuni.
Il paese, nella sua visione, deve tornare a essere un luogo dove si può vivere davvero. «Nessun paese senza scuola e senza biblioteca», è uno dei punti più netti. Servono insegnanti specializzati per le pluriclassi, biblioteche, librerie, musei e residenze formative. Ma servono soprattutto sanità e servizi essenziali: ambulatori attrezzati, medici collegati ai grandi ospedali, ambulanze entro venti minuti e ricoveri in strutture adeguate entro quaranta.
Persino il trasporto viene ripensato in chiave territoriale: piccoli mezzi, anche automobili, e trenta giornate l’anno in cui ogni paese possa attivare collegamenti straordinari in occasione di feste patronali, festival e grandi eventi.
Una parte importante delle proposte riguarda poi il rapporto tra paesi e giovani. Dopo le scuole superiori, Arminio immagina un semestre di servizio civile nei piccoli comuni, retribuito con 500 euro al mese. Per ogni bambino che vive in un paese, lo Stato dovrebbe garantire 4 mila euro l’anno dalla nascita alla maggiore età.
E c’è un’altra parola chiave: ritorno. Chi torna nel proprio paese da pensionato potrebbe ricevere un contributo annuo di 3 mila euro; chi vi torna per lavorare, 9 mila euro l’anno per i primi cinque anni. L’obiettivo non è riempire i borghi soltanto nei mesi estivi, ma riportarvi persone capaci di produrre reddito e costruire nuove relazioni.
Anche la produzione dovrebbe cambiare. «Quello che viene prodotto nei paesi, tipo il grano, deve diventare pasta, biscotti, pane», scrive Arminio. Non basta vendere la materia prima altrove: bisogna creare trasformazione e valore sul posto o nei comuni vicini. Un modo per trattenere ricchezza e lavoro.
E poi la cultura, con una proposta che sembra quasi una sfida al mondo dello spettacolo: gli artisti che si esibiscono nei comuni sotto i 2 mila abitanti dovrebbero ottenere uno sconto fiscale del 20 per cento sui compensi. In ogni provincia, inoltre, dovrebbe nascere almeno una “Casa dei maestri”, una sorta di bottega delle arti capace di essere luogo di formazione, produzione e incontro.
Al centro rimane però una questione: non confondere assistenza e sviluppo. «Per ogni euro dedicato all’assistenza se ne prevedono tre per il lavoro», sostiene Arminio. Aiutare sì, ma contemporaneamente ridurre le ragioni per cui le persone sono costrette a chiedere aiuto.
La parte più radicale arriva alla fine. Cinque mesi senza un euro, propone Arminio: cinque mesi durante i quali ogni paese dovrebbe fermarsi, discutere, riunirsi in assemblea e costruire una visione del proprio futuro. Bandi bloccati, nessuna nuova distribuzione automatica di risorse. Prima si decide cosa si vuole diventare, poi si finanzia quella direzione.
E per vent’anni, stop a rifacimenti di piazze e nuove pavimentazioni pubbliche, salvo necessità di sicurezza e decoro. Perché la vera rigenerazione, nella prospettiva del paesologo, non passa necessariamente dal cemento.
«Non si lavora per far girare le betoniere, ma per cementare i legami sociali», scrive.
È forse questa la sintesi più efficace delle trenta proposte: meno opere fini a se stesse, più comunità; meno turismo mordi e fuggi, più residenti; meno bandi da vincere, più progetti da costruire insieme.
Arminio sa bene che molte delle sue idee sono difficili da attuare. Lo ammette lui stesso. Ma, in fondo, il suo manifesto nasce proprio da questa consapevolezza: «È importante indicare la direzione».
E quella direzione, per il poeta di Bisaccia, parte da un principio semplice e insieme ambizioso: i piccoli paesi non devono essere salvati come reperti del passato. Devono essere ripensati come luoghi del futuro.
Nel post scriptum Arminio ribadisce di non avere ruoli istituzionali e di non aver scritto un piano organico. Ma lascia una porta aperta: «Sono a disposizione per discuterne in qualunque luogo con soggetti o gruppi o associazioni». Perché le trenta idee, più che una ricetta definitiva, vogliono essere l’inizio di una conversazione nazionale.
Una conversazione che parte dai paesi, ma che riguarda tutta l’Italia.
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