Dai ghetti ai borghi, la sfida per ripopolare le case vuote delle Aree interne
La proposta di Yvan Sagnet, presidente di NoCap: censire le abitazioni abbandonate dei Monti Dauni e metterle a disposizione dei braccianti agricoli che vivono negli insediamenti informali. «Così possiamo combattere il caporalato e, allo stesso tempo, contrastare lo spopolamento»

Dai ghetti ai borghi. Dalle baracche degli insediamenti informali alle case vuote dei piccoli comuni delle Aree interne. È questa la sfida che Yvan Sagnet, presidente dell’associazione NoCap, propone di aprire in provincia di Foggia, guardando in particolare ai Monti Dauni. Un progetto che mette insieme due emergenze apparentemente lontane, ma che in realtà possono incontrarsi: da una parte lo spopolamento dei piccoli centri, dall’altra la presenza di migliaia di lavoratori agricoli costretti a vivere in condizioni precarie negli insediamenti informali.
Sagnet è tornato in Capitanata per incontrare i braccianti migranti impegnati nella raccolta dei pomodori che vivono a Borgo Mezzanone, il più grande ghetto d’Europa. Insieme a Francesco Strippoli, della rete locale di NoCap, percorre le baracche della cosiddetta “pista”, parla con i lavoratori, illustra i loro diritti e cerca di intercettare nuove persone da accompagnare fuori dalle maglie del caporalato e dello sfruttamento.
Ma proprio da questa esperienza nasce una proposta che guarda oltre l’emergenza e punta a coinvolgere istituzioni regionali e comunali.
«In Capitanata è ben presente il tema dello spopolamento delle Aree interne, che da diversi anni subiscono la perdita della loro popolazione – spiega Sagnet –. Di conseguenza ci sono tante case che si stanno liberando, che sono a disposizione, vuote e chiuse. Parallelamente c’è il tema della mancanza di alloggi per persone migranti, italiani e lavoratori che arricchiscono questo territorio».
Da qui l’idea: censire gli immobili abbandonati nei piccoli comuni e verificare quanti potrebbero essere recuperati e destinati a chi oggi vive nei ghetti. «Perché non aprire un dibattito che vada poi a sfociare in un progetto concreto, in un atto politico, in una rivoluzione per colmare e ripopolare quelle Aree interne?».
Una doppia emergenza
La proposta parte dunque da un censimento. Da una parte quello delle abitazioni vuote e inutilizzate nei comuni che stanno perdendo popolazione; dall’altra quello delle persone che vivono negli insediamenti informali o che, pur lavorando, non riescono ad accedere a un alloggio dignitoso.
«La prima proposta è censire gli immobili abbandonati e vuoti delle Aree interne della provincia di Foggia attraverso una direttiva ben precisa che deve arrivare a tutti quei comuni in cui la popolazione sta diminuendo», sottolinea Sagnet. L’idea è istituire un tavolo con Prefettura, Regione Puglia e amministrazioni comunali interessate, partendo dai numeri: quante case sono disponibili, quanti lavoratori hanno bisogno di un alloggio e quali strumenti possono essere utilizzati per recuperare gli immobili.
Un modello che potrebbe partire dalla Capitanata, dove la presenza dei ghetti rende particolarmente evidente il problema, ma che potrebbe essere replicato anche in altre regioni alle prese con lo spopolamento delle proprie Aree interne, dalla Basilicata al Molise fino alla Calabria.
Borgo Mezzanone continua a crescere
Il punto di partenza resta però la situazione degli insediamenti informali. «Il ghetto di Borgo Mezzanone si sta allargando sempre di più – osserva Sagnet –. Ogni volta che ci vado vedo una nuova casa, una nuova costruzione. Rischia di diventare la seconda città della Capitanata dopo Foggia se non fermiamo tutto questo».
Una crescita che porta con sé problemi ambientali, sanitari e sociali. «Più si allarga, più c’è una produzione di rifiuti e sappiamo che in un’area così informale non c’è nessuna raccolta. Non c’è una presenza dello Stato. Il tema dei servizi all’interno dei ghetti è completamente assente».
Una situazione che, secondo Sagnet, è peggiorata rispetto a cinque o dieci anni fa e che finisce per ripercuotersi non soltanto sui lavoratori che vivono nelle baracche, ma sull’intera comunità.
La casa, ma prima ancora il lavoro
Per Sagnet, tuttavia, il tema abitativo non può essere affrontato separatamente da quello occupazionale. «Il ghetto esiste per il lavoro. Le persone vanno lì perché sanno che troveranno lavoro, che saranno reclutate dai caporali per essere portate nei campi».
È il paradosso della Capitanata: lavoratori indispensabili per l’agricoltura che, una volta arrivati, finiscono spesso in condizioni di sfruttamento e senza la possibilità di accedere autonomamente a un’abitazione.
«Se ci fosse un lavoro di qualità, giusto, remunerato secondo le leggi, un lavoratore potrebbe affittare la propria casa o addirittura acquistarla. Se il lavoro continua a essere sottopagato, sfruttato e senza contratto, è chiaro che nel ghetto avremo sempre più persone».
È qui che la proposta di ripopolamento delle Aree interne si intreccia con la lotta al caporalato. Portare i lavoratori fuori dai ghetti significa infatti non soltanto garantire un tetto, ma costruire le condizioni per una vera inclusione sociale.
La battaglia di NoCap
Sagnet conosce direttamente il mondo dello sfruttamento agricolo. Nel 2011, quando era studente di Ingegneria delle Telecomunicazioni a Torino, trascorse l’estate lavorando nelle campagne di Nardò, nel Salento. Il 31 luglio di quell’anno partecipò, insieme a centinaia di lavoratori stranieri, al primo grande sciopero dei braccianti stranieri in Italia contro caporali e sfruttamento.
Da quella stagione di mobilitazione è maturato anche un percorso che ha contribuito al dibattito culminato nella legge 199 del 2016 contro il caporalato e lo sfruttamento del lavoro.
Ma la presenza dei ghetti dimostra quanto la strada sia ancora lunga. Per questo NoCap lavora sull’inclusione lavorativa, sociale e abitativa, cercando di costruire un percorso che porti i braccianti fuori dagli insediamenti informali e verso aziende disponibili ad assumere regolarmente.
«A livello nazionale registriamo circa un migliaio di assunzioni l’anno. Un terzo di queste arriva da Borgo Mezzanone: parliamo di 300-400 lavoratori che inseriamo nelle aziende in tutta Italia». L’obiettivo è chiaro: «Spopolare quel luogo e portare le persone altrove, con un lavoro giusto e una casa dignitosa».
Una nuova idea di comunità
Il progetto, nelle intenzioni di Sagnet, potrebbe dunque trasformare una criticità in una possibilità. Le case vuote dei borghi potrebbero diventare abitazioni per lavoratori oggi relegati nei ghetti; i nuovi residenti potrebbero contribuire alla sopravvivenza economica e sociale di comunità che da anni perdono abitanti.
Ma per farlo non basta assegnare una casa. Serve lavoro regolare, servizi, trasporti, scuola, sanità e soprattutto una strategia condivisa tra istituzioni, imprese e territorio.
E al centro resta la filiera agricola. «Abbiamo un sistema di sfruttamento piramidale che parte dalla grande distribuzione, che schiaccia i produttori, e questi a loro volta schiacciano i lavoratori, che sono l’anello più debole. Il caporalato non è la causa, è l’effetto di questo sistema».
NoCap ha cercato di intervenire proprio lungo questa catena, mettendo allo stesso tavolo lavoratori, produttori e grande distribuzione. Tra i gruppi che sostengono la filiera indicata dall’associazione ci sono Coop Italia e Megamark, mentre i prodotti vengono contrassegnati da una certificazione di sostenibilità.
Il consumatore diventa così l’ultimo anello della filiera e, attraverso le proprie scelte, può contribuire a sostenere un modello diverso.
La sfida, per i Monti Dauni e per le altre Aree interne, è allora anche culturale: trasformare le case chiuse in nuove abitazioni, i borghi che si svuotano in comunità capaci di accogliere e i lavoratori invisibili dei ghetti in nuovi cittadini. Una prospettiva che, partendo dalla lotta allo sfruttamento, potrebbe diventare anche una risposta concreta alla grande emergenza dello spopolamento.
