Teatro

Natale in casa Cupiello

La Rai ha trasmesso il 22 dicembre la trasposizione del regista Edoardo De Angelis, del capolavoro di Eduardo De Filippo “Natale in casa Cupiello”. Protagonista Sergio Castellitto e nei panni della moglie, Concetta, Marina Confalone che nella famosa messa in scena per la televisione del 1977 ricopriva il ruolo della cameriera. Tutti attori importanti e bravi anche gli altri interpreti dei personaggi della commedia. Non mi è piaciuta. Lo “stravolgimento” del personaggio principale, Luca Cupiello, “Lucariéll” trasformato da padre di famiglia in uomo autoritario sempre arrabbiato sin dalla prima scena cozza con lo spirito del personaggio che perde in un attimo l’aspetto infantile e leggero che da li in avanti non si riesce più a trovare in nessun momento della recitazione. Svanisce l’allegria fanciullesca del protagonista completamente assorbito dal Presepe, quel “capolavoro” che sta costruendo e che spera piaccia al figlio Tommasino “Nennill”. Il dramma che si sta consumando intorno a lui è un classico della commedia Eduardiana che gioca con personaggi solo all’apparenza estranei a quanto succede ma pronti con le loro battute a coinvolgersi e coinvolgere nel significato della commedia. Eduardo diceva che non era necessario conoscere “la lingua napoletana” per capire tutti i passaggi, a questo ci avrebbero pensato gli attori, loro sarebbero riusciti a far capire bene quello che c’era da capire il resto poteva essere considerato e apprezzato come un insieme di suoni e di espressioni che arricchivano la sostanza di quanto si stava recitando.“Quello che dovete capire noi faremo capire”. La sua grandezza, quindi, aveva già superato l’eventuale scoglio dell’espressione dialettale anticipando la possibilità che le sue commedie, e “Natale in casa Cupiello” con esse, potessero essere recitate in lingua e non in dialetto. E allora non è un’attenuante il fatto che il protagonista non sia napoletano e che abbia qualche difficoltà di pronuncia del dialetto, la verità è che è stata recitata un’altra cosa. “Niente, Lucarié, niente” “Cuncè fa fridd?” “Te piace ‘o Presepe?” sono tre semplici battute che racchiudono tutta la grandezza e il contenuto di questo capolavoro: il dramma, la leggerezza, la fanciullezza. Il dramma, di chi (Concetta) ha coscienza di quanto sta succedendo e vuole tenere la famiglia al riparo da qualsiasi situazione che ne possa minare la solidità; la leggerezza, con la quale il protagonista (Lucariéll) affronta la realtà attraverso una semplice considerazione/domanda sulle condizioni del tempo rivolgendola a chi ha condiviso la vita con lui e come ad anticipare la condivisione anche di tutto il dolore racchiuso in quel “niente, Lucarié, niente”; la fanciullezza, che intravede nel Presepe il fulcro della famiglia, il sogno di pace e amore per tutti quelli che gli girano intorno. Proprio per questo De Filippo il suo “Lucariéll” non lo fa morire ma cala il sipario su quel sogno che alla fine si concretizza con il si del figlio e il grande Presepe che lui e solo lui vede. Tutto questo non ha niente a che vedere con quanto messo in scena da De Angelis che ha dato l’impressione di non aver colto il drammatico disincanto racchiuso nella commedia tentando (ma era questa la sua intenzione?), senza riuscirci, di trasformarla in tragedia. Ne è venuto fuori un “né carne né pesce”.

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