Editoriali

L’ultima serenata

Arriva un’ambulanza e gli infermieri, il volto nascosto dalle mascherine, portano via il malato. I portelloni si chiudono sulle facce dei famigliari e talvolta è per sempre. Di tutta la drammaticità di questo maledetto virus, ciò che è più drammatico, penso, sia il distacco dai propri cari. Uomini e donne spesso anziani, di colpo separati dal marito, dalla moglie, dai figli, dalla casa, da ogni cosa cara. Per quanto necessario, sembra un atto brutale, sempre è stato lasciato un pò di tempo per stare accanto a un malato grave, per stringergli la mano, per rassicurarlo con un gesto, una carezza, un sorriso. Attimi che valgono una vita. Ora nemmeno un minuto, il distacco diventa paura maggiore della morte. E per chi resta, impotente, a guardare un’ambulanza che si allontana con la sirena accesa, è come si portassero via un pezzo di cuore. E incomincia l’attesa, l’insopportabile lontananza da chi ci è caro, e sta soffrendo o morendo, solo. Il gesto della ragazza di Como, che resta a lungo in piedi su un’auto con la speranza di riuscire a vedere la madre ricoverata, è un’icona di questo dolore. Ma non è stata l’unica. A Castel San Giovanni in provincia di Piacenza, un alpino di 81 anni è andato sotto la finestra della moglie, ricoverata, e si è messo a suonare con la fisarmonica le canzoni che le piacevano. Carla non si è affacciata, evidentemente non poteva, chissà se le avrà sentite. Speriamo, per entrambi, di si, così avrà avuto la certezza che lui non l’aveva dimenticata, abbandonata. A Roma, un ragazzo si è fatto ricoverare assieme allo zio con la sindrome di Down, per non lasciarlo solo. Dicono che l’uomo all’inizio non faceva che piangere, come un bambino abbandonato. A Lecce, una madre, anche lei positiva, è stata accanto al figlio disabile in ospedale, per 23 giorni. Dicono che senza di lei, non sarebbe tornato a casa. Tanti, troppi, invece, se ne sono andati soli. E’ intollerabile che si debba morire così, senza un saluto, una carezza, uno sguardo. Non ho soluzioni, ma gli esperti pensino, e in fretta, ad una possibilità per un ultimo incrocio di sguardi per manifestarsi tutta una vita di affetto, di amore, di gioia, di dolore, di perdono. In certi istanti, quante cose si possono dire. I più accettano il calvario e soffrono in silenzio. Qualcuno invece, si ribella e con l’ostinazione di un bambino sale sul tetto di un’auto e aspetta davanti a un ospedale con il cuore pieno di speranza, o prende la fisarmonica, e nel cortile di un ospedale suona sotto la finestra della sua donna forse l’ultima serenata. A quella musica, tanti si sono affacciati prima curiosi poi con le lacrime che solcavano il viso. 

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