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Terremoto dell’Irpinia, dopo 40 anni la storia del sisma e della ricostruzione nella Daunia

Ore 19,34 la terra trema per ben 90 secondi in una domenica di fine novembre più calda del solito per l’area preappennicia che dalla Daunia si spinge fino alla lucania ed Irpina. Un angolo d’Italia quest’ultimo sconosciuto a tutti fino a quel 23 novembre di 40 anni fa; da quel momento in poi l’Irpinia è diventata la terra del sisma non solo fisico ma anche delle coscienza tra affari e soldi spesi senza nessun criterio. Quella tragedia colpì trasversalmente la Campania centrale, la Basilicata e la Puglia. Caratterizzato da una magnitudo momento di 6,9 con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza, e Conza della Campania, causò circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti. Una tragedia senza precendenti che minò le basi dello Stato, troppo assente nella politica di prevenzione e di soccorso. Da quei morti e da quelle rovine nacque la Protezione Civile e una normativa rigida in materia antisismica. La ricostruzione fu, però, anche uno dei peggiori esempi di speculazione su di una tragedia. Infatti, come testimonia tutta una serie di inchieste della magistratura, per le quali sono state coniate espressioni come Irpiniagate, Terremotopoli o il terremoto infinito, durante gli anni si sono inseriti interessi loschi che hanno dirottato i fondi verso aree che non ne avevano diritto, moltiplicando il numero dei comuni colpiti: 36 paesi in un primo momento, che diventano 280 in seguito a un decreto dell’allora presidente del Consiglio Arnaldo Forlani nel maggio 1981,fino a raggiungere la cifra finale di 687, ossia l’8,5% del totale dei comuni italiani. Più di 70 centri sono stati integralmente distrutti o seriamente danneggiati e oltre 200 hanno avuti consistenti danni al patrimonio edilizio.

Nella fascia ricadente nella provincia di Foggia ma a pochi chilometri dall’epicentro non si registrarono vittime ma il sisma comunque danneggiò gran parte dell’abitato già pesantemente compromesso dal terremoto del 1930 e del 1960.

Abbiamo fatto accomodare attorno ad un tavolo gli attori del post sisma in terra dauna. Michele Cataldi, funzionario del genio civile, dipartimento speciale che si occupò del controllo della ricostruzione, Michele Longo, l’architetto “pioniere” del post terremoto, ha svolto la mansione di supporto agli uffici “terremoto” in quasi tutti i 14 comuni del cratere foggiano redigendo per molti di loro le tanto discusse graduatorie per l’assegnazione del contributo per la ricostruzione e Domenico La Bella, già sindaco di Troia, da sempre uno dei politici più attivi del territorio già dagli anni ’80. La prima parte del forum si concentra sui ricordi e quanto quella tragedia abbia lasciato nell’animo dei nostri ospiti. Vistosamente commosso Michele Longo ci racconta «Il 23 undici rientrando dalla fiera di Santa Caterina ci fermammo a casa dei miei suoceri e mentre guardavamo la partita, mi sa l’Iter, percepimmo questa forte scossa e il corridoio se pur di 12 metri lo percorremo in un secondo anche se sembrava che si allungava sempre di più. Una volta fuori si vedevamo ancora i lampioni del campo di calcio di Via giolberti che si muovevano. Il giorno dopo fummo allertati come impresa, in quanto ricoprivo la mansione di direttore tecnico. Il sindaco ci chiese la nostra disponibilità e noi mettemmo sin da subito a disposizione due camion e un escavatore. Io più per curiosità che per esperienza essendo un universitario al penultimo anno, ci avventurammo a Sant’Angelo de Lombardi. La prefettura ci smisto verso i paesi più danneggiati. per arrivare fù una vera impresa. Appena giunti sul posto, erano passate poche ore dal sisma, c’era una situazione di vera disperazione, morti sulle strade senza nenache una bara e gente senza neppure un pezzo di pane che al nostro arrivo chiedevano aiuto perchè al freddo e senza più niente. Mancavano gli elementi di primo soccorso. Come calava il sole lì calava il buio. Non c’era neanche un generatore. Ci accampammo ma dopo una settimana siamo stati costretti ad andar via perchè mancavano le condizioni per restare. Il cattivo odore dei corpi ancora sotto le macerie rendeva nauseabondo quella realtà». Alla tragedia subentra la ricostruzione che per la zona del foggiano è diventata una vera manna dal cielo. «Per noi è stato un momento di sviluppo il sisma – aggiunge Michele Cataldi. Purtroppo non curato. Fortunatamente non abbiamo subito il terremoto nella tragedia ma abbiamo visto le ricadute positive positive. Poteva essere un momento di vera espansione ed invece è stato sfruttato molto marginalmente. Le modalità di assegnazione dei contributi, a macchia di leopardo, senza fare degli interventi coordinati in maniera tale da realizzare delle infrastrutture adeguate a quelle che erano effettivamente le esigenze del territorio». «Io ho visto una seconda parte dell’emergenza – aggiunge Mimmo La Bella – avevo raggiunto quelle zone con alcuni beni di prima necessità. In qualche maniera in quella fase anche i soccorritori facevano parte di una sorta di macchina dello sciacallaggio. Oltre a portare la roba, qualcuno pensava a portare qualcosa altro: incarichi, appalti e interessi personali con beni di prima necessità, tra cui anche bare e abiti, venduti al doppio dei costi reali. Però da quella tragedia è nata una vera macchina dei soccorsi chiamata protezione civile. Inoltre quello che ho potuto constatatre in questi 30 anni è che facendo un giro nell’irpinia un certo sviluppo lo si vede mentre nel nostro cratere non c’è stato niente di buono in termine di sviluppo. Non siamo intraprendenti, aspettando che siano gli altri a risolvere i nostri problemi. Questa cosa ci penalizza molto tanto da aver buttato tanti soldi senza aver migliorato le nostre realtà. Se teneiamo conto delle casistiche noi siamo soggetti all’attività sismica. Il terremoto è un assassino che torna sul luogo del delitto e tenendo conto degli anni che sono passati dal 1980 e dell’arco temporale che vede 1930, 1960 caratterizzati da profonde fratture del sottosuolo, ci dobbiamo aspettare sicuramente un altro sisma. Non sappiamo quando ma siamo certi che tornerà. La speranza è che qualcosa sia cambiato, anche perchè oggi la normativa ha disposto per tutti la procedura antisismica. Se però si è continuato a costruire infischiandosene o meglio raggirando le norme allora significa che non abbiamo capito niente». «Se teniamo conto dell’analisi del disastro del 1980 i danni si sono avuti sono nei fabbricati di vecchia generazione, soprattutto nel centro storico o dove è mancata l’armatura giusta per un’ordinaria costruzione – ha replicato Longo. Quindi in caso di sisma dovrebbe rispondere bene un abitato costruito secondo la norma». «Va detto che le norme sono migliorate e sono diventate più restrittive – aggiunge Cataldi – se qualcuno pensava di essere furbo non tutelando se stesso costruendo in maniera difforme rispetto le norme veniva ben presto scoperto e quindi non dovremmo avere sorprese». La ricostruzione nel tempo ha visto tante leggi e decreti che si sono avvicendate fino ad oggi. In un primo momento fu nominato il commissario on. Giuseppe Zamberletti che con l’ordinanza 80 prevedeva l’erogazione di un contributo onnicomprensivo di 10 milioni di lire. Ma a febbraio del 81 si ebbe un altro sisma che andò a danneggiare ciò che Zamberletti aveva provveduto a bonificare. Lo stato prese coscienza della situazione e ci fu un atto dovuto con l’emanazione della famosa 219, seguirono la Legge Regionale 60/85 e legge 12/1988. «La legge 219 se presa nella sua essenza è perfetta – racconta Longo – purtroppo la mente porta sempre ad aggirare l’ostacolo l’ostacolo e a trovare l’elemento normativo che possa favorire anche qualcosa di non giusto. In questa legge c’era anche largo spazio per la costruzione delle opere pubbliche. Ma i tecnici locali con questa manna dal cielo hanno pensato a portare avanti situazioni private lasciando i piccoli centri senza una programmazione di sviluppo infrastrutturale». «La politica ha giocato molto in tutto questo – ammonisce La Bella – la colpa ricade sugli amministratori che hanno sfruttato per fini elettorali il flusso di denaro ed interessi senza neanche oltrepassare il confine della legalità ma solo facendo credere ai cittadini di avere il potere di decidere se entrare in graduatoria o no». Parlando di numeri e di somme tracciamo un itinerario tra i 14 comuni del cratere foggiano che sono Accadia, Anzano di Puglia, Ascoli Satriano, Bovino, Candela, Castelluccio dei Sauri, Celle di San Vito, Deliceto, Faeto, Monteloene di Puglia, Panni, Rocchetta Sant’Antonio e Sant’Agata di Puglia. « Ad oggi sono per dare il quadro completo della situazione – puntualizza Longo – è opportuno da subito porre in evidenza che vi sono presso i comuni in attesa di finanziamento ancora moltissime pratiche, circa tremila per i 14 comuni relative alla legge 219/81 alla legge 12/1988 e Legge Regionale 60/85». Solo per i 14 Comuni della Puglia lo stato ha erogato per la legge 219/81 circa 240.774.970.000 di lire; Per la Legge 32/92 lo stato aveva stanziato per tutti i comuni del cratere 4.300 miliardi; mentre per la Legge 32/92 sono arrivati nel territorio dei fondi a scaglione di cui nel 1994 circa 46.090.000.000, nell’anno 1995 la delibera Cipe prevedeva 36.270.000.000, tra i quali il Ministero tolse 3 miliardi a seguito degli eventi giudiziari dell’Ottobre ’95 a Rocchetta Sant’Antonio per poi successivamente riassegnarli. Difatti grazie alla prima verifica ispettiva effettuata presso il Comune di Rocchetta Sant’antonio il 09 febbraio del ’96 dalla Dottoressa Maria Teresa Bozzi e verificata la bontà del lavoro da me svolto il CIPE riassegnò la somma dei tremiliardi cautelativamente congelate. Quindi nel ’96 arrivarono altri 5 miliardi di cui 3 per Rocchetta e due tra Monteleone e Sant’Agata. La seconda verificha ispettive effettuate nel territorio, sempre dalla condotta dalla Bozzi, verificò l’eccellente lavoro svolto dall’architetto Longo, elogiato pubblicamente tanto da spingere il CIPE ad assegnare al solo comune di Rocchetta Sant’antonio la somma di 2 miliardi per l’anno 1997. Ulteriori Fondi vennero assegnati nell’anno 1998 per circa 7 miliardi suddivisi in 2 miliardi per Ascoli, 2 miliardi per Candela e 3 miliardi per Rocchetta. Nel 1999 un’altra pioggia di miliardi raggiunse 8 comuni su 14 appartenenti al cratere per circa 11 miliardi. A concludere l’ingente mole di denaro ci fu l’ultima trance che chiuse definitivamente, almeno per il momento, l’erogazione delle somme per la ricostruzione senza però completare il fabbisogno complessivo accertato ai soli fini della Legge 32/92 . «La 219 cercava di avviare uno sviluppo del territorio – aggiunge Cataldi – vale a dire chi viveva in ambiti non adeguati al proprio nucleo familiare la legge consentiva realizzare superfici più ampie rispetto a quella originali. Laddove non fosse stato possibile realizzarlo in loco era possibile trasferire l’immobile in un’altra zona con una modalità molto simile alla permuta. La ricostruzion ha cozzato con la mancanza di strumenti urbanistici che consentivano queste operazione trasformando molte aree dei nostri piccoli centri in veri scempi del cemento». Diversamente da quanto è successo nei terremoti dell’Umbria e del Molise ed ora dell’Abruzzo la ricostruzione del sisma irpino permentteva l’adeguamento fino a 110 metri quadri a nucleo familiare con una dotazione 18 metri quadri a persona, con un minimo funzionale di 45 metri quadri, ossia in caso di una coppia invece di avere 36 metri quadri la legge dava la possibilità di aggiungere 9 metri quadri. «La 219 ha avuto come unico handicap – aggiunge Longo -quello di dare soldi a fiume a tutti. ovvero anche quello di dare finanziamenti a chi non era residente. Il 23 gennaio del 1992 il legislatore accorgendosi di questo spreco di soldi tira i remi in banca legiferando con la legge 32 uan serei di accorgiemtni per evitare questo e dando solo ai residenti la possibilità di accedere ai finanziamenti. E qui nascono le tanto discusse graduatorie. La prima ad essere redatta e che aprì la strada agli altri comuni fu quella di Rocchetta che però ebbe la sfortuna di essere sottoposta ad indagini e il 17 ottobre 1995 scattarono gli arresti che coinvolsero i due sindaci e due tecnici. Il problema nasceva proprio dal fatto che essendo Rocchetta comune pioniere c’erano tutti i dubbi e le perplessità. Ad esempio il concetto di prima abitazione era tutto da chiarire e lasciato a libera interpretazione. La magistratura guardava a questo concetto come prima abitazione su tutto il territorio nazionale. Il Gip Simonetta D’Alessandro – continua Longo – contestava agli arrestati proprio l’inserimento in graduatoria di nominativi con abitazioni altrove. Siccome come concetto di prima abitazione il legislatore nella Legge 32 non è chiaro ma non parla di unica abitazione in maniera assoluta. Da quella lettura della magistratura, molto probabilmente sbagliata, scattarono gli arresti. Ad oggi sappiamo che non c’è stato assolutamente reato e che i fatti non sussistono. Però grazie a questa esperienza iniziò un nuovo filone che portò ad una visita ispettiva a Rocchetta della Bozzi che chiarì molti concetti. Dopo un quesito inviato al Ministero tutti prepararono le nuove graduatorie ma la paura non fece fare a nessuno il primo passo. Anche questa volta Rocchetta si trovò a ricoprire il compito di nave rompi ghiaccio e il 26 di febbraio del 1997 pubblicai primo in assoluto la graduatoria a Rocchetta, tutti avevano paura finanche Amedeo Magnotta, sindaco del tempo che non volle firmare. Ma nonostante tutto mi presi tutte le responsabilità dando a tutti poi la possibilità di seguire la strada da noi tracciata. Io andai via poi da Rocchetta perchè ero stato preso di mira da telefonate anonime e minacce che in qualche modo minavano al serenità familiare. Però lascia un realtà linda e chiara con ammessi e non ammessi e una graduatoria lineare da rispettare”. (Tratto da speciale sisma de Il Mattino di Foggia del 23 nov 2011 a firma di Andrea Gisoldi)

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