Editoriali

23 novembre 1980 Terremoto in Irpinia

Il ventitre novembre del millenovecentottanta, alle ore diciannove e trentaquattro, i nostri paesi cambiano !
Le case, le chiese, i circoli, gli ospedali, si tingono dei colori della morte !

Cessano, d’un tratto, di essere i luoghi sicuri dove condividere le gioie familiari, le emozioni sportive con gli amici, dove vivere momenti intimi di serenità, verità e comunione, dove coltivare la speranza di un futuro migliore.

“Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano” (A. Moravia, Ho visto morire il Sud).

Novanta secondi di magnitudo 6.9, circa tremila morti e novemila feriti, trecentomila sfollati, una tragedia ! Ci fu qualcuno che scrisse “ il terremoto dell’Irpinia del millenovecentottanta mise in evidenza un colpevole ritardo da parte dell’Italia in tema di protezione civile e prevenzione sismica”.

Il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, lanciò una dura accusa a tutti gli organi competenti ed un invito, fermo, a “darsi da fare”.

In alcuni paesi i primi soccorsi arrivarono dopo cinque giorni, quando ormai era troppo tardi. Si mosse immediatamente, però, una solidarietà senza uguali, tutta la nazione si sentì coinvolta, il fenomeno dell’emigrazione aveva sparso gente di quelle terre, di quei paesi, in giro per il mondo e il mondo tutto fece sentire la propria vicinanza.

Finito (???) il momento del pianto si cominciò a pensare ai sopravvissuti.

La ricostruzione.

Tutti i comuni, le province, cercavano in qualche modo di entrare nelle graduatorie nazionali per essere riconosciuti beneficiari dei contributi per la ricostruzione che divennero poi fiumi di soldi elargiti dallo stato.

Le province che si videro accolta questa loro richiesta furono : Avellino, Benevento, Caserta, Matera, Napoli, Potenza, Salerno, Foggia.

Anche Rocchetta Sant’Antonio rientrò tra i paesi terremotati pur non avendo avuto, per fortuna, nessun morto e solo qualche casa lesionata.

Non fu l’unico a beneficiare della manica larga dello stato e dell’attenzione particolare dei parlamentari locali.

Cominciò così la fase di ricostruzione. Si abbattevano case, se ne fabbricavano di nuove, si costruivano interi paesi. I soldi scorrevano a fiumi.

Entrare o non entrare nelle graduatorie per la ricostruzione, per i cittadini, voleva dire rifarsi la casa o stare a guardare gli altri che lo facevano.

Una situazione, quella della gestione del post terremoto, che ha lasciato un lunghissimo strascico di illegalità, ritardi, ingiustizie, reali o presunte, divisioni sociali e familiari che durano ancora oggi a distanza di così tanto tempo.

Il terremoto ha distrutto le case, ucciso donne, bambini, giovani e vecchi ma ha inciso anche sulle coscienza di ognuno modificandone il pensiero e l’atteggiamento che, per quanto potessero essere imperfetti, fino ad allora erano stati collante sicuro per tutta la comunità.

Inizia così un’era nuova per il paese, dove tutto sembra possibile e dove tutti pensano di poter succhiare latte a sazietà dalle mammelle generose di uno stato compiacente…..continua.

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