Editoriali

Morire al tempo del “coronavirus Covid 19

Avevo sempre sentito dire “aia ess furtunate pure quann muore” devi essere fortunato anche quando muori.

Mi sembrava un’espressione fine a se stessa che non meritasse alcuna considerazione; un atto estremo, definitivo, nella vita di ognuno di noi, che avesse bisogno di fortuna.

Beh, se proprio ci fosse la possibilità di giocarsi una “chance”, in questo senso, preferirei giocarmela da vivo piuttosto che al momento dell’ultimo atto.

Eppure, col passare del tempo e, alla luce degli ultimi avvenimenti, mi convinco sempre di più che, anche in una situazione così esclusiva, un pò di fortuna non guasta.

Bisognerebbe poter fare un patto con il Padreterno per stabilire alcune cose, possibili, per la tua morte.

Precisiamo, non è che voglio sapere quando morire, mi rendo conto che non è possibile e poi non mi piacerebbe saperlo, perderei il bello della sorpresa, la gioia e il gusto del quotidiano che “non sai mai cosa ti riserva”.

Penso, invece, per esempio, alla stagione: io amo le stagioni intermedie, autunno e primavera, mi piacciono i loro colori, la vita che ricomincia e quella che si ritira per il letargo invernale, quindi, potessi scegliere, mi piacerebbe morire durante una di queste stagioni.

Se potessi scegliere ulteriormente, sceglierei la primavera quando, dalle mie parti, lo sguardo si perde in un mare di grano verde che in alcune giornate, con il venticello, si muove disegnando forme e colori unici, se poi sei in un posto che conosco a guardare l’orizzonte, in quei momenti ti sembra di poterti concedere qualsiasi desiderio, qualsiasi sogno, niente è vietato alla tua mente e non importa l’età.

Se volgi lo sguardo dall’altra parte, ti accorgi che gli alberi del bosco hanno ritrovato le foglie e, alla base dei tronchi, fiori di ogni genere e colore ti invitano ad essere felice e in armonia con tutto ciò che ti circonda, anche con le persone.

In una giornata così mi sentirei un pò più di “friggere” a lasciare quello spettacolo però, sono certo, me ne andrei sorridendo.

Amo le stagioni intermedie ma adoro il sole e, quindi, non mi dispiacerebbe andarmene in una bella giornata di sole, quel sole caldo che quando si posa sul viso ti regala sensazioni indescrivibili, di un benessere celestiale, che ti avvicinano al Paradiso o almeno al Purgatorio.

Vien da sé che il momento migliore sarebbe il tramonto, quando tutto comincia ad acquietarsi e gli unici suoni che ti accompagnano sono i canti degli uccelli in amore, è vero che gli stessi canti li senti anche al mattino ma così avresti goduto di un altro magnifico giorno.

E poi, una giornata così, invoglierebbe di più, chiunque ne avesse voglia, a venire a porgerti l’ultimo saluto.

Un’altra cosa che chiederei al Padreterno è che, comunque, vorrei esserci in quel momento, a guardare, non a giudicare o fare la conta, solo per essere presente, non potrei proprio perdermi un momento così, dove sono, indubbiamente, l’attore principale e nessuno avrebbe voglia di prendere il mio posto, di sostituirmi.

Andarsene in una giornata di pioggia non sarebbe bello.

E’vero, avresti modo di verificare chi ti è più amico che, comunque e in ogni caso, vorrebbe stare con te fino all’ultimo, ma sai che rottura però.

Ora poni che, per un motivo qualsiasi, ti capiti di compiere l’ultimo atto della tua vita in un momento come questo “Coronavirus Covid-19” sarebbe una bella fregatura, saresti costretto ad andartene da solo, che tristezza!

In questo momento tutto o quasi è vietato: non puoi uscire di casa se non eccezionalmente, non puoi salutare nessuno, almeno così è stato interpretato da taluni che non hanno capito che il divieto riguarda il contatto non certo uno sguardo, un sorriso, alla giusta distanza, che possono rappresentare anche una bella botta di positività e aiutare a non sentirsi soli.

Prima ci si rifugiava in Chiesa per pregare e implorare l’intervento del Santo che si era scelto come protettore, della Madonna, di Gesù, di Dio, del Patrono del paese o della città, insomma si andava in Chiesa e si pregava, tutti insieme, accomunati da un unico obiettivo, far cessare la sciagura del momento.

Si organizzavano le processioni di penitenza con i Santi più appropriati alla circostanza, al tipo di problema da risolvere, siccità, cavallette, peronospòra, alluvioni, perché ci fosse un buon raccolto.

Al mio paese si portavano, secondo la circostanza, San Rocco “Eris in peste Patronus”, San Vincenzo Taumaturgo, Sant’Antonio Abate protettore degli animali e del focolare domestico, nonché Patrono del paese.

A memoria e indagando tra i più vecchi, tra gli uomini e le donne di Chiesa, nessuno mi ha mai detto che si portassero, in queste processioni, Sante o Madonne.

Adesso le processioni di penitenza non si fanno più e, se non si può andare in Chiesa, le messe si possono seguire in televisione o in streaming, le grazie, ormai, si chiedono comodamente seduti nel salotto di casa.

Questo “virus” qualcuno l’ha attribuito ad una “punizione divina” per il nostro comportamento, non proprio rispettoso, di quanto i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità; qualcun altro dice che è stato causato dai “poteri forti”, quei poteri che economicamente dominano il mondo e, a quanto pare, non ne hanno mai abbastanza e che, proprio per questo, volendo ostacolare accordi fatti a loro insaputa e a loro danno, hanno creato questo casino.

Altri ancora dicono che siano stati esperimenti sfuggiti di mano, esperimenti che riguardavano un altro di quei mali che, la Giustizia Divina, farebbe bene a punire sempre, puntando bene il mirino verso i veri responsabili: la guerra.

Quanti innocenti, bambini, giovani, vecchi ne sono coinvolti senza averne averne alcuna colpa.

Tutti gli intellettuali, gli esperti, chiamati in causa, per dare una spiegazione qualificata, non hanno parlato della cosa più terribilmente bella che ci riguarda, che ci circonda, fin dalla nascita, e ci avvolge quotidianamente in un abbraccio affettuoso e, talvolta, mortale: la natura!

Visto quello che siamo capaci di fare, ogni tanto, si ribella e ci manda un segnale inequivocabile, l’aveva già fatto subito dopo la prima guerra mondiale con “la spagnola” che fece più morti di quella guerra, di quella futura e, successivamente, di altre non meno tragiche.

Ci colse poveri e impreparati!

Rieccoci, nonostante tutto il tempo passato e i “progressi” raggiunti, non più poveri, come allora, ma, ancora, impreparati!

Ora che avremmo avuto bisogno di essere un tutt’uno ci accorgiamo che non siamo mai stati così divisi.

Stati che chiudono le frontiere, Popoli che si rinfacciano responsabilità come se, questo, servisse a risolvere, più in fretta, il problema, Gente che, per strada, evita di incrociare lo sguardo e cammina a chilometri di distanza.

La ricerca di un nemico per attenuare la nostra impotenza.

Il Sud contro il Nord, a qualcuno non sembra vero!

Chissà chi, alla fine, potrà sentirsi fortunato.

Se è vero che si possono alzare muri per una, illusoria, maggiore sicurezza, questi muri non fermeranno mai il pensiero, la bellezza di tutto ciò che ci circonda, l’intelligenza che ci permetterà di sconfiggere questo terribile “nemico” che ha messo in crisi tutte le nostre certezze.

E’chiaro, allora, che un momento così non lo sceglierebbe nessuno per morire, non è bello, per quanto si possa usare questo termine per parlare dell’ultimo atto, ritrovarsi da soli, senza il calore di chi ti vuole bene, degli amici, dei conoscenti, di tutti coloro che avrebbero voluto e non hanno potuto esserti vicini, in un momento così importante, irripetibile.

“Aia ess furtunate pure quann muore”!

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