Editoriali

E se rinchiudessimo gli scemi anziché i vecchi???

Avevano diciott’anni nel 68, la generazione che, nel bene e nel male, ha cambiato faccia all’Occidente. Che strana sensazione ho provato nel fare questo calcolo. Sono loro, quelli nati nel 50, che oggi hanno settant’anni e che, a qualcuno, è venuto in mente di mettere da parte, di “rinchiuderli” per proteggerli dal covid o più semplicemente perché “non più indispensabili alla funzione produttiva”. Basta con il “mercato”, è da un po’, ormai, che le persone hanno cessato di essere tali e sono ridotte ad una voce di costo o di profitto. Che tristezza! Matusa (da Matusalemme, patriarca citato nella Bibbia, morto a 969 anni e per questo motivo il nome viene riferito a qualsiasi persona che raggiunga un’età avanzata), così allora i giovani chiamavano i vecchi, nell’illusione, sempre ricorrente, sempre attuale, che loro non lo sarebbero stati mai. “Forever young”, come in quella bellissima canzone di Bob Dylan. C’era, però, qualcosa di romantico in quel termine. Eravamo giovani, altroché se eravamo giovani! Erano i magnifici anni sessanta, quegli anni dei quali tutti vogliono sapere e chiunque ne sia stato protagonista, anche solo per nascita, ne vuole parlare pur avendo poco da dire, quegli anni tanto desiderati anche dalle nuove generazioni. Sembrava, allora, di essere in un frullatore dove tutto ciò che era entrato prima in un modo sarebbe poi uscito completamente cambiato, un punto di passaggio che non avrebbe consentito più nessun ripensamento, solo guardare avanti, non sempre con idee chiare ma comunque con idee. I figli del dopoguerra crescevano e si affacciavano alla vita con uno spirito diverso dai giovani delle generazioni precedenti, la rinascita, dopo tante difficoltà, privazioni, sofferenze, e venne fuori ciò che ancora oggi viene indicato come uno spartiacque della nostra vita, un cambiamento culturale, sociale, politico, determinante per tutto quanto sarebbe successo in futuro, da quegli anni in poi. La minigonna e i capelloni, i Beatles e “I have a dream”, il “discorso alla luna” di Giovanni XXIII, il Papa buono e Mao Tse-tung, Jan Palach e il personal computer della Olivetti, la guerra del Vietnam e Firenze allagata dall’Arno, gli Angeli del fango e Ernesto Guevara “el Che”, il “maggio francese” e il sessantotto in Italia. Quante cose! E queste sono solo una piccola parte di tutto quanto successo in un decennio: gli anni sessanta! Era il tempo dei cortei chilometrici al grido di “pagherete caro, pagherete tutto”. Visti dal paese era facile chiedersi cosa dovevano pagare, chi e perché. Poi venne il terrorismo e tutto fu più chiaro. Erano ragazzi anche gli agenti in assetto anti sommossa, una “guerra” nelle strade del passeggio e delle vetrine buone. Anche in paese c’era un bel fermento, nascevano iniziative, si organizzavano incontri, volevamo vivere appieno quello che vedevamo alla televisione e che succedeva nelle città, anche il nostro paese voleva vivere da protagonista quel cambiamento, consapevoli di tutti i limiti che una vita di paese ti impone. Le notizie arrivavano attraverso la radio, la televisione, i giornali e tutti, per quanto potessero, volevano far parte di quel cambiamento e allora si organizzavano scioperi e occupazioni a scuola, dibattiti su tutto e su niente, in famiglia bisognava far accettare la voglia di novità rispetto al passato e allora alla radio si ascoltava musica “beat”, ci si faceva allungare i capelli, si usava l’eschimo. Il cambiamento passava attraverso le idee ma anche attraverso l’immagine. Quanto tempo è passato ma non ha scalfito le sensazioni che tornano prepotenti appena si accenna ad aprire questa meravigliosa scatola dei ricordi. Ma come si fa a pensare una cosa simile, come si può avere la faccia tosta di ritenere un’intera generazione da accantonare per il loro “bene”, per il loro “migliore interesse”, o perché i più giovani siano liberi di vivere, senza il peso di uomini e donne con i capelli bianchi, “matusa”. Anch’essi nell’eterna ricorrente illusione che vecchi non lo saranno mai. Sarà sempre tardi quando si deciderà che ad essere “rinchiusi”, per il loro “bene” o perché “non indispensabili alla funzione produttiva”, non siano i vecchi ma gli scemi.

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