TurismoUncategorized

Cicce cuott

“Una salute conservata con una dieta troppo severa è una noiosa malattia”

(Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède e de Montesquieu)

“Spesso le tradizioni culinarie raccontano di usanze che si perdono nel tempo”

(Antoine de La Rochette)

“Cicce cuott a l’anema re li muorte – cicce crure a l’anema re re criature – cicce abbruscecate a l’anema re li carcerate”

Nella tradizione gastronomica del mio paese, non solo, c’è un dolce particolare che si prepara durante la ricorrenza dei morti: “li cicce cuott” ceci cotti, detto anche “lu grane re li muorte” il grano dei morti o ancora “lu grane cuotte” il grano cotto.

Oltre quella dolce, esiste anche una versione salata, più povera, che prevede: ceci, fave e castagne, con l’aggiunta di qualche foglia di alloro, messi a cuocere tutti insieme a fuoco molto lento, ancora meglio se messi “inde a lu pignatièdd vecine a lu fuoche ndèrra” dentro ad un contenitore di terracotta vicino al fuoco del camino.

Di fatto, quest’ultima versione, rappresentava il pasto da consumarsi il giorno dei morti dopo la visita al cimitero che prendeva gran parte della giornata, tra pianti, “saluti” ai morti e qualche chiacchiera con i vivi, lasciando, così, poco tempo per la preparazione del pranzo o della cena.

Il giorno dei morti si offrivano ad eventuali ospiti, ai conoscenti, ai vicini di casa o ai ragazzini che la tradizione vuole (meglio dire voleva, ormai, come tante altre, anche questa si è persa sostituita da: dolcetto scherzetto…mah) passassero proprio per “reclamare la loro parte” recitando la filastrocca “cicce cuott a l’anema re li muorte….” già citata all’inizio.

La versione dolce è quella più stuzzicante, seducente, gustosa.

Una preparazione sensualmente laboriosa, dove il sapore del grano lessato, si mescola a quello del vino cotto, a quello un po’ aspro dei chicchi di melograno, a quello delle noci, alla dolcezza del cioccolato, al gusto particolare delle castagne lessate, al profumo della cannella.

Gli ingredienti di questo buonissimo dolce, assolutamente da assaggiare, variano di zona in zona, di paese in paese, anche tra quelli più vicini e talvolta anche nello stesso paese c’è chi usa certi ingredienti e chi altri, chi utilizza come base i ceci e chi il grano e qualcuno li mischia.

Per non far torto a nessuno, rispettati gli ingredienti base, il resto è lasciato alla volontà e fantasia di chi prepara.

Un dolce antichissimo che sembra tragga le sue origini dall’arrivo in Puglia dei Saraceni, anche se già nell’antica Grecia “li cicce cuotte” rappresentavano la bontà e la benevolenza dei defunti verso i vivi e ognuno degli ingredienti aveva un suo significato: il grano cotto rappresentava i defunti, il vino cotto il loro sangue, le noci le loro ossa, gli acini di melograno gli occhi.

L’antico rito greco della “Panspermia” potrebbe essere l’antenato dei “cicce cuotte”.

Una pietanza a base di un miscuglio di semi che si preparava per il “Giorno dei Chitri”, festa che si celebrava nello stesso giorno che noi dedichiamo ai defunti, il 2 novembre, per ingraziarsi la benevolenza degli dèi per la semina del grano.

In tutte le culture il grano è sempre stato il simbolo della vita e della fertilità, ma per raccogliere il

chicco di grano bisogna tagliare la spiga, farla morire, e il chicco, solo dopo essere stato messo a

sua volta sottoterra, rinasce a nuova vita in una nuova spiga.

Il grano diventa così il simbolo del continuo e incessante ciclo di morte e rinascita della natura.

Morte e rinascita

La vita che nasce dalla morte

Mangiare, quindi, il grano nel “giorno dei morti” assume, oltre ad un valore rituale, anche un significato propiziatorio per garantire la continuazione della vita e la prosperità, l’abbondanza, il benessere, in una parola “la grascia”.

Si racconta che i lumini o i falò che si accendono, ancora oggi, nel periodo dedicato ai morti, oltre a favorirne il passaggio e a renderli visibili riflessi nell’acqua contenuta nelle bacinelle poste vicino alle case, fossero anche un aiuto al sole che in quel periodo si pensava fosse più debole e che rischiasse di non brillare più in cielo.

Si racconta anche che gli unici viventi che potessero (possono ancora???) vedere il passaggio dei morti riflessi nell’acqua fossero i “mal nati” cioè quei bambini che all’atto della nascita erano ritenuti prossimi alla morte e venivano “battezzati” da qualcuno dei presenti al parto che quasi sempre avveniva in casa.

Se qualcuno di questi bambini sopravviveva, rientrava nella cerchia degli eletti a poter assistere al passaggio o processione dei morti.

Ma questa è un’altra storia

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Check Also
Close
Back to top button