Editoriali

Velo e libertà

Il mio velo è un simbolo di libertà, perché sento dentro che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore. Per me la libertà è non venire mercificata, non venire considerata un oggetto sessuale. Per molti la libertà per la donna è sinonimo di mostrare le forme che ha, nemmeno di vestirsi come vuole, ma come qualcuno desidera. Io pensavo di essere libera prima, ma subivo un’imposizione da parte della società”. Questo è un estratto dell’intervista rilasciata da Silvia/Aicha Romano. Ve la ricordate? La ragazza tenuta prigioniera per 18 mesi prima in Kenya e poi in Somalia. Detto che ognuno può mettersi o non mettersi il velo, da noi questa libertà “di” e non solo “da” esiste, il messaggio, non proprio democratico, merita qualche riflessione. Silvia/Aisha parla di libertà, onore, dignità nel suo velo e rinchiude le altre donne in una gabbia di parole come “mercificazione del corpo”, “oggetto sessuale”, “femminilità delle forme”. Tutte le generalizzazioni sono negazione della democrazia e sintomo di radicalizzazione. Quando è arrivata, ho pensato che non avevamo alcun elemento per esprimere un parere riguardo la sua conversione, che poteva essere stata forzata o rientrare in accordi per il rilascio, limitandomi ad esprimere solidarietà a lei e alla famiglia per quanto accaduto. Ma se la sua conversione ha prodotto questa radicale divisione tra donne velate e non velate, allora non c’è da stare sereni. Nelle parole di Silvia/Aisha viene meno l’anima stessa della libertà delle donne, al di là del loro credo, e l’uomo viene rappresentato come una bestia in preda a istinti sessuali. La mercificazione del corpo è una cosa seria, sia esso nudo o coperto, quando non vi è libertà di scelta. Non importa che siano le mode di una società o qualcuno che si nasconde dietro un “Dio” a dettare certi comportamenti, le vittime sono sempre le donne! Nelle società islamiche, quando si tratta di donne, la libertà è rappresentata da un filo ancora molto labile. Così le dichiarazioni radicali, come quelle rilasciate da Silvia/Aisha, non sono utili a tutte quelle donne che, quotidianamente, cercano di portare avanti “battaglie” per la conquista di quella libertà non solo “da” ma soprattutto “di”. Libertà delle teste, dell’anima, del corpo, libertà di fare, pensare, dire, volere, non volere, realizzare, realizzarsi. Una libertà senza compromessi, con o senza veli!

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