Cultura

Il pane e il fuoco di Sant’Antonio

Lu ppane e lu ffuoche re Sant’Andonije

Il pane e il fuoco di Sant’Antonio

L’acacia “lu cagge” è l’albero con il quale sarebbe stata costruita l’Arca dell’Alleanza (il contenitore delle Tavole della Legge che Dio consegnò a Mosè) e con le cui spine sarebbe stata intrecciata la corona di Cristo.

L’acacia era ritenuto l’albero simbolo dell’immortalità, della vittoria della vita sulla morte, della rinascita, dell’innocenza, della maternità, dell’amore, della saggezza, del passaggio dall’ignoranza alla conoscenza, della gentilezza.

Forse proprio per questo e in segno di scherno venne scelto per intrecciare la corona di spine da porre sulla testa di Gesù il Salvatore.

Il significato moderno del fiore di acacia, quello che noi chiamiamo “lu ppane re Sant’Andonije”, è legato all’amore platonico, ma si dice anche che appuntando un rametto d’acacia sul bavero della giacca, si segnala l’appartenenza alla massoneria, organizzazione per la quale questa pianta possiede molti significati.

Nel “linguaggio dei fiori” l’acacia racchiude anche uno dei significati più poetici : un amore segreto, che si può rivelare solo donando i suoi fiori, un amore in grado di resistere a tutte le avversità.

Da sempre le piante, quindi i fiori, hanno espresso significati di ogni genere, ma solo durante l’epoca “Vittoriana”, con la Regina Vittoria sul trono inglese dal 1837 al 1901, si diffuse il cosiddetto “linguaggio dei fiori”.

Ad ogni fiore veniva associato un significato o sentimento che si aveva difficoltà a comunicare in maniera palese, date le rigide regole morali che la Regina Vittoria aveva imposto ai suoi sudditi.

Il “linguaggio dei fiori” venne così utilizzato per allestimenti o semplici omaggi floreali, che esprimessero sentimenti e sensazioni che non potevano essere altrimenti manifestati.

Le sfumature del “linguaggio dei fiori” sono oggi quasi del tutto dimenticate ma le rose rosse rimangono ancora il fiore della passione, dell’amore romantico; le rose rosa manifestano un grande affetto, un sentimento di amicizia; le rose bianche indicano ancora virtù e castità e le rose gialle significano ancora gelosia o infedeltà.

Sono tanti gli scritti al riguardo e chi avesse voglia di comunicare i suoi sentimenti con i fiori può consultarli facilmente.

Per incuriosirvi ancora un po’ : i girasoli significano rispetto, stima; le margherite innocenza o purezza; i tulipani cortesia, educazione, premura; un filo di edera significa fedeltà e i lillà le prime emozioni d’amore.

Se sognate i fiori d’acacia il numero da giocare è il 47 (il 4e il 7 sono numeri sacri)

Per quanto riguarda, invece, le proprietà terapeutiche dell’acacia e dei suoi fiori, queste vennero descritte già nel 1585 in un famoso testo sulle erbe medicinali “Herbario” di Castore Durante che citava testualmente “è utile per le scottature, a gli occhi, ed al Sacro fuoco” : “lu ffuoche re Sant’Andonije” ilfuoco di Sant’Antonio.

Una malattia, questa, che nella cultura popolare si riteneva venisse provocata da un’anima del purgatorio perché la persona colpita, attraverso le sofferenze, abbandonasse il peccato e riprendesse la retta via.

E allora mangiare i fiori d’acacia, il giorno della festa di Sant’Antonio da Padova, 13 giugno, era un modo per scongiurare la malattia o un aiuto per la guarigione.

Per questo nella tradizione popolare del mio paese, questi fiori vengono indicati come “lu ppane re Sant’Andonije” in alternativa o ad integrazione del pane vero e proprio che viene benedetto e distribuito in chiesa.

L’altro rimedio alle sofferenze di questa malattia era il lardo ricavato dal maiale, sempre presente nell’iconografia di Sant’Antonio, questa volta Abate, 17 gennaio.

Il 17 gennaio era una data importante perché era il giorno, per tradizione, fissato per l’uccisione del maiale, simbolo di un tempo in cui non ci si poteva permettere di sprecare niente: “re lu puorche no’se scètta niénde” del maiale non si butta niente.

Dalla testa alle zampe, dal lardo al sangue, dalle budella alle setole, carne, prosciutti, salsicce, sugna ecc. niente veniva (viene) buttato e tutto si conservava (si conserva) per i mesi a venire.

Il maiale era anche simbolo dell’alimentazione “grascia” grassa e saporita del periodo carnevalesco che, secondo un’antica tradizione, incominciava proprio il 17 gennaio in coincidenza con la festa di Sant’Antonio Abate “a Sant’Antuone mascher’e suone“ a Sant’Antonio maschere e suoni.

Sant’Antonio Abate è adorato soprattutto da agricoltori e contadini perché protettore degli animali, difatti è sempre raffigurato con campanello, bastone, fiamma, maiale e altri animali.

Il maiale gli venne associato perché il suo grasso era ritenuto, come già detto, la migliore cura contro il “fuoco sacro ignis sacer” successivamente chiamato “il male di Sant’Antonio” e infine “il fuoco di Sant’Antonio”.

Sant’Antonio Abate, il Santo che aveva rubato il fuoco all’inferno con l’aiuto del maiale, venne considerato all’inizio protettore dei maiali e successivamente di tutti gli animali.

I simboli che accompagnano, invece, l’immagine di Sant’Antonio da Padova sono il giglio, il libro e il Bambin Gesù : la purezza, la parola di Dio e l’amore.

Ma il maiale era considerato, dai i cristiani, anche il simbolo dell’ignoranza, della sporcizia, dell’ingordigia e in particolare il simbolo del diavolo.

L’animale raffigurava il fuoco dell’inferno e le ripetute tentazioni contro le quali Sant’Antonio dovette combattere nel deserto.

Essendo però anche simbolo del lardo e delle sue virtù terapeutiche, ai monaci Antoniani fu concesso il privilegio di allevare, in assoluta libertà, i maiali che così, con un campanello al collo, non solo venivano riconosciuti e tollerati nelle strade e nelle piazze dei paesi, ma anche alimentati dalla popolazione con avanzi di ogni genere.

Oramai questa tradizione è quasi scomparsa, ne resta solo un riferimento verbale, in talune circostanze, quando una persona dà segnali di esagerazione a tavola, ancora oggi si dice “si come a lu purciedde re Sant’Andonije” sei come il porcello di Sant’Antonio.

Si racconta che la notte tra il 16 e il 17 gennaio, la notte di Sant’Antonio, gli animali possano parlare e così lamentarsi dei maltrattamenti subiti nel corso dell’anno dai loro padroni.

Nella tradizione popolare sta quasi scomparendo il rito della benedizione degli animali, resiste, invece, la benedizione e la distribuzione del pane in chiesa e l’accensione dei falò.

A proposito dei falò, si racconta che chiunque volessepoteva buttarci dentro, da ardere, un bigliettino con su scritta una richiesta al Santo pronunciando questa esortazione “Sant’Antonio dalla barba bianca fammi trovare quel che mi manca”.

Era di buon augurio portare con sé un tizzone o un po’ di cenere quando si tornava a casa.

Sant’Andonije Sant’Andonije lu nemico re lu dimonio

Sant’Antonio Sant’Antonio il nemico del demonio

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