Politica

Da Candela risorge sui social il Regno delle Due Sicilie

Il Regno delle Due Sicilie si fa spazio nel we ed in modo particolare bei social network sempre di più. Dietro ad una di queste pagine che cercano di far riflettere sullo scippo del sud c’è un giovane militante candelese, Angelo Chieffo, che da anni si batte per una restaurazione storica. Sono ben due Le pagine da lui amministrate che oggi contano migliaia di follower. “La prima è la pagina Facebook “Regno delle Due Sicilie – La verità che non ci hanno detto” – spiega Chieffo – che racconta, dal 2016, con passione e disinteresse, la verità di ieri e di oggi. Con l’auspicio di radicare nella nostra gente un orgoglio del passato mai conosciuto nelle generazioni nate dopo il 1861 (siamo l’unico Popolo al mondo che non sappiamo chi siamo stati, chi siamo per davvero) e una consapevolezza del presente raccontando fatti storici, personaggi importanti, primati cancellati dalla storiografia ufficiale italiana e denunciando le ingiustizie politiche e mediatiche di oggi”.

Con l’importantissimo traguardo dei 50.000 followers (senza mai impiegare un solo euro in inserzioni, ma solo grazie alle condivisioni della gente) la pagina è diventata fra le più importanti del mondo revisionista/meridionalista della piattaforma social. L’impegno costante inoltre si rinnova ogni giorno anche su Instagram con la pagina collegata “il_regno_libero”, partita da circa due anni e che conta già quasi 2400 followers (fra le più importanti ed attive). Entrambe le pagine, come già detto, sono affiliate alla famiglia dei Comitati delle Due Sicilie, di cui l’amministratore Angelo Chieffo fa parte, dove trovano la valvola per tradurre l’iniziativa social nella vita reale.

“Il Regno delle Due Sicilie era il terzo Stato più ricco ed avanzato al mondo, alla vigilia dell’Unità d’Italia contava, solo nella parte al di qua del faro (escludendo quindi la Sicilia) cinquemila industrie. Il settore Industriale occupava 195 mila addetti. Le industrie del Regno delle Due Sicilie impiegavano il 27% del totale dei lavoratori di tutti gli Stati preunitari. Come non citare le Reali Ferriere di Mongiana e i suoi indotti (2.500 dipendenti al 1860), Il Real Opificio di Pietrarsa, prima fabbrica di locomotive, rotaie e materiale rotabile in Italia (1.125 dipendenti al 1860), i cantieri navali di Castellammare (la più antica fabbrica di navi in Italia, 1.800 operai al 1860), le cartiere dell’Abruzzo, gli 8.000 telai della seta e lo zolfo della Sicilia (avevamo il monopolio mondiale dello zolfo, materia prima dell’industria bellica dell’epoca, vera motivazione dell’appoggio degli inglesi a Torino per l’invasione chiamata liberazione!). Anche Puglia e Basilicata erano importantissime per l’industria tessile e i lanifici. Ma non solo, la tecnologia esisteva, più degli altri Stati Italiani ed Europei, anche in agricoltura: le macchine agricole pugliesi erano considerate fra le migliori d’Europa e gli impianti meccanici accrebbero notevolmente la produzione dell’olio d’oliva (nata grazie a Carlo III di Borbone nel ‘700). Una volta occupata la nostra vera Patria, il governo di Torino iniziò lo smantellamento cinico e sistematico della nostra industria, trasferendo al nord macchinari e commesse. L’Italia è nata sulla colonizzazione del Nord ai danni del Sud, l’ha “piovrizzato” come dice Gramsci nei quaderni del carcere, impostando un sistema economico che vuole il Nord produzione e il Sud mercato. Oggi il nord vende al Sud ogni anno merci per 70 miliardi di euro, tre volte le esportazioni del Nord in tutto il resto d’Europa. La situazione del Meridione non è altro che il logico risultato e la continuazione di una storia nata male nel 1860, continuata peggio e mai finita. Siamo il territorio più povero dell’Eurozona, ciò accade perché il nostro ritardo è funzionale a questo Paese, uno sviluppo industriale del Sud sarebbe una pericolosissima concorrenza per il potere politico economico e finanziario dei questo Paese. Dai prodotti dei supermercati alle Banche, dalle agenzie interinali alle gestioni dei servizi e dei beni culturali: tutto nella nostra terra è targato “nord Italia” – conclude Angelo Chieffo”

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