Editoriali

Smart working e scuola a distanza

Opportunità e disuguaglianze, socialità e creatività. E’ stato bello verificare che alcune cose che prima si facevano solo in presenza si possono fare anche a distanza, da casa. Lo smart working ha allargato le opportunità lavorative, ha ridotto inquinamento e traffico, ci ha consentito di interagire, parlare e collaborare con persone così lontane che non avremmo mai raggiunto senza questi nuovi strumenti. Anche l’insegnamento ha testato la didattica a distanza evidenziando, subito, limiti che acuiscono la disuguaglianza tra studenti più abili e motivati che partecipano e apprendono, e quelli meno motivati, con qualche problema di apprendimento pregresso, che fanno molta più fatica. I risultati dipendono molto da aspetti difficilmente controllabili, in classe un insegnante guarda, capisce, motiva, sprona, online non può farlo né può sapere cosa succede quando dicono “non funziona la connessione”. L’attenzione non può essere la stessa, dando per certo che tutti abbiano un computer a disposizione e che tutti possano accedere alla rete, e ancor più difficile è seguire chi ne ha più bisogno, la lezione va avanti, verrebbe da dire “the show must go on”. C’è il rischio che gli insegnamenti appresi da ragazzi con difficoltà o figli di immigrati subiscano uno stop irrecuperabile. In questo momento non è importante promuovere o bocciare ma cercare di dare anche a questi, a tutti, le giuste opportunità per mettersi alla pari con gli altri. Non è errato immaginare una scuola con maggiore disuguaglianze che si rifletteranno nel futuro di questi bambini o ragazzi. Bisogna fare di tutto per evitarlo! Si è tanto parlato, in questi giorni, del positivo atteggiamento tenuto dai giovani in questo periodo di isolamento (lockdown) sorprendendo lo scetticismo di tanti, sicuramente li ha aiutati l’abitudine ad essere volontariamente confinati in casa. Da tempo gli adolescenti e, purtroppo, anche i bambini, si sono lasciati sedurre da smartphone e altri passatempo solitari, rinunciando, di fatto, a quei momenti “in presenza” che erano la sostanza degli adolescenti del passato. Ormai disabituati a giocare insieme con gli amici, hanno continuato a non giocare anche in questi giorni di isolamento forzato, si sono “incontrati”, come sono abituati, attraverso i loro mezzi tecnologici e hanno continuato a farlo. Solo venti anni fa avrebbero, sicuramente, avuto una diversa reazione, se costretti a non uscire di casa, perchè tutto ciò che interessava era fuori, perchè il massimo dei desideri era stare con gli amici e passare con loro il maggior tempo possibile. In questi giorni si è allentata, forzatamente, la continua lotta dei genitori contro l’utilizzo eccessivo del telefonino o del computer senza dimenticare che per tanti bambini/e – ragazzi/e, andare a scuola è l’unica e vera attività sociale. Quando finirà, questa emergenza, sicuramente, avrà contribuito ad un maggiore isolamento dei giovani, fatto questo del quale bisogna tener conto fin da adesso per immaginare e mettere in atto quanto possibile perchè la scuola continui ad occupare il ruolo importante che le compete nella crescita culturale e di socializzazione delle giovani generazioni. Lo smart working sta provocando più o meno la stessa situazione tra gli adulti, anche se con diverse ripercussioni sia sull’aspetto sociale che economico. Gli esperti riportano che questo tipo di lavoro va bene per compiti individuali, funziona più o meno per incontri informativi, non è ritenuto particolarmente efficace per le riunioni che necessitano di nuove soluzioni, di nuove idee, per la gestione di situazioni complesse che richiedono maggiore applicazione “dell’intelligenza collettiva” indispensabile per generare novità importanti. Quando l’interagire avviene “di presenza” la fisicità, il tono della voce, il linguaggio del corpo, le parole lasciate a metà, tutto diventa essenziale per arricchire, correggere, intervenire, sviluppare quanto in discussione. Sono queste le dinamiche meravigliose ed indispensabili che mettono in moto “l’intelligenza collettiva” capace di generare ogni cosa. In questi giorni abbiamo imparato che “si può essere vicini pur essendo lontani” ma non è la stessa cosa, magari un giorno arriveremo ad inventare macchine così complesse che ci faranno sentire come se fossimo presenti col corpo pur essendo distanti ma niente potrà mai sostituire una pacca sulla spalla, una stretta di mano, mangiare o prendere un caffè insieme, un abbraccio. Ci sono voluti millenni per elaborare e mettere a punto capacità relazionali, che due mesi di questo “maledetto” virus stanno minando, catapultandoci in un mondo diverso senza alcun avvertimento, senza alcuna preparazione. Come si risolve un conflitto personale su smartphone? Come si comunica uno stato d’animo? Veramente basta un’emotion per dire ti voglio bene ? Sicuramente dopo la pandemia non torneremo “come eravamo prima” ma questi interrogativi ci resteranno a lungo.

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