Editoriali

La Babele del coronavirus

Non vedo l’ora che finisca! Dopo decenni di Commissari Tecnici della Nazionale di Calcio o allenatori della propria squadra del cuore, abbiamo imparato come funziona il web e siamo diventati critici letterari, musicali, cinematografici, teatrali, televisivi, radiofonici, di comunicazione, esperti editorialisti di giornali, giornaloni, giornalini e soprattutto gastronomici ed esperti enologi, tutto ad un tratto, e come se non bastasse, ci siamo ritrovati a dover diventare esperti virologi. Volete una soluzione al problema del coronavirus? Eccola qua, senza bisogno di interpellare scienziati, dottori, esperti. In questi giorni si sono sprecate le soluzioni che ognuno, sempre grazie alla democrazia del web, ha sparso per l’etere “urbi et orbi” : è solo un’influenza; riguarda solo i vecchi; finirà tutto entro marzo; finirà ad aprile; è un complotto organizzato dall’oriente per mettere in ginocchio l’occidente; è stata la polizia per scopi protetti dai servizi segreti; no sono stati i carabinieri per far parlare di loro; è un virus messo in giro apposta per pagare meno pensioni e tante altre, non meno fantasiose. Sono certo che quando qualcuno troverà un vaccino che ci consentirà di tornare ad una vita normale, che tanto normale non lo sarà più (è comparso su un muro di Madrid “no volveremos a la normalidad, porque la normalidad era el problema” Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema), ci sarà chi diventerà esperto di vaccini per rifilarci qualche altra verità assoluta. C’è da augurarsi solo di essere in tanti ad arrivare a quel momento in modo che la risata sia ancora più fragorosa e tutti possiamo ritornare ad essere commissari tecnici ecc.ecc…C’è un’altra cosa che mi fa desiderare che tutto questo finisca in fretta : le metafore belliche. Ormai sono entrate nella quotidianità, usate da esperti e giornalisti, arricchite di un linguaggio guerresco per descrivere o parlare di questa pandemia : eroi, guerra, trincea, fronte, lotta, battaglia, prima linea, resistere, combattere, rimanere in trincea. Un linguaggio che crea ansia, apprensione, timore, agitazione, risveglia scenari di guerra, di privazioni, di contrapposizioni, di morte, di vittoria e di sconfitta. Eppure, nella logica della comunicazione, questo linguaggio, assume un aspetto completamente diverso. La gente risponde al richiamo alla mobilitazione quando a sollecitarla è un linguaggio di questo genere, un linguaggio allarmante e allarmato. Forse è vero che le metafore belliche sono una miseria del nostro immaginario ma la rinuncia ad usarle è solo frutto di un’utopia ispirata a un sentimento lodevolmente condivisibile. “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” o “Sventurata la terra che non produce eroi”….fate voi!

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