Editoriali

You’ll never walk alone

Farà anche rabbia a tanta gente ma arrivano sempre primi, qualche volta, e solo qualche volta, tra i primi. Si parla di fatturato e sono primi, si parla di merchandising e sono primi, si parla di stadio di proprietà e sono (tra) i primi… In questi giorni si sta facendo un gran parlare di sport e del calcio soprattutto. Tutte le attività agonistiche, e non solo, sono state fermate e rinviate a date da stabilire. Sono state rinviate le Olimpiadi, le nuove date, le uniche certe per il momento, sono dal 23 luglio all’8 agosto 2021, le Paralimpiadi dal 24 agosto al 5 settembre 2021, è stato rinviato il Campionato Europeo di Calcio, il Giro d’Italia di ciclismo e così pure il Tour de France, il Campionato Mondiale di Automobilismo e quello di Motociclismo. In primo piano resta sempre e comunque il calcio. Si è parlato molto dell’aspetto economico, pare che le società, quelle dei campionati professionistici, abbiano fatto pervenire allo stato una richiesta di 750 milioni di euro per le perdite che, stimano, avranno da questo fermo obbligato, si è parlato anche di possibili interventi sugli stipendi dei giocatori. Detto che qualcuno, più di uno, proponeva addirittura di ricominciare a giocare a brevissimo, pur di mettere altri soldi in cassa, fregandosene o non avendo capito molto di quanto stesse succedendo nel mondo, altri hanno pensato di aspettare le indicazioni dell’ISS (Istituto Superiore della Sanità) e del Governo per decidere se, come e quando continuare l’attività. Il Governo, naturalmente, questa volta possiamo anche dire saggiamente, non ha ancora risposto a questa richiesta ma la stessa è servita a far indignare ancora di più chi ritiene, quasi sempre a ragione, il calcio professionistico indegno di richieste simili visto quanto sono pagati i giocatori. I presidenti hanno ipotizzato, in alternativa o ad integrazione, lo scopriremo, un taglio del 30% sull’intero stipendio annuo dei giocatori, poi hanno preso in considerazione l’eventualità di non pagare solo il periodo in cui non si gioca. Una gran confusione, nella quale è emersa, in maniera evidente, l’incapacità di decidere da parte delle varie Leghe e Federazioni. Nel frattempo, in giro per l’Europa, i giocatori di altre squadre, indipendentemente dalle richieste eventuali delle società, hanno deciso di rinunciare a buona parte dello stipendio, ponendo come condizione essenziale che fossero tenuti in vita tutti i posti di lavoro esistenti (non i contratti dei giocatori, anche quelli in scadenza, che sono un’altra cosa, ma i vari magazzinieri, addetti alle pulizie, personale medico ecc.) e laddove non esistesse questo rischio, di devolvere parte di questi soldi a ospedali o associazioni benefiche. Naturalmente i dibattiti, nelle trasmissioni a tema, e sono tante, non sono mancati, chi si è schierato con le società, tutti d’accordo per i lavoratori e la beneficenza, pochi con i giocatori, almeno per ora, quindi, quasi tutti d’accordo che i giocatori potessero rinunciare a parte dello stipendio, specie se questa rinuncia servisse ad aiutare qualcuno o permettesse alla propria squadra di sopravvivere (????) e di essere più competitiva nel futuro. I presidenti hanno cessato di essere dei “ricchi scemi” e sono degli imprenditori capaci e di successo (non che prima non lo fossero, imprenditori capaci e di successo) che, come in tutte le attività, vogliono fare business. C’è bisogno, però, per continuare in maniera più informata, di avere a disposizione qualche dato : in Italia circa 5 milioni di persone giocano a calcio, inutile dire che è lo sport più praticato in assoluto, rappresenta il 23% di tutti quelli che praticano un’attività sportiva; 99 società professionistiche, 9.500 dilettantistiche, 3.000 del settore giovanile, scuole calcio, squadre scolastiche. Numeri importanti che generano un movimento economico enorme, il calcio è sicuramente tra le prime e più importanti industrie del paese. Viene quasi naturale pensare che i protagonisti, anche questi non sono più i ragazzi che firmavano un contratto con una società e vi rimanevano, almeno quelli più bravi, quasi sempre, fino a quando smettevano di giocare, con uno stipendio che gli permetteva si di vivere bene ma che a fine carriera dovevano inventarsi un’attività o cercarsi un lavoro che gli consentisse di vivere in maniera dignitosa. Oggi sono ragazzi che, comunque si divertono ma, dove non possono da soli, si fanno rappresentare da fior di professionisti, in fase di trattativa, per ottenere ingaggi economicamente importanti in cambio delle loro prestazioni e si spostano come e quando gli pare seguendo il richiamo di quelle società, che pur di vederli giocare nella loro squadra, sono disposte a pagare cifre a tanti zeri. I presidenti sanno che per accontentare i tifosi e raggiungere risultati importanti, sia in termini sportivi, di partecipazione a tornei internazionali molto ben remunerati, che di vendita di biglietti per assistere alle partite, pubblicità, merchandising ecc., c’è bisogno di giocatori bravi e quindi devono pagarli, sanno anche che devono accettare le regole di un mercato che loro stessi hanno creato. Difficile mettere un freno a questo circolo vizioso fino a quando la gente sarà disposta a pagare cifre importantissime per vedere giocare il proprio idolo, il giocatore al momento più importante, nella squadra del cuore, alimentando, in questo modo, anche il mercato delle televisioni, radio, giornali, merchandising, indotto e chi più ne ha più ne metta. I mezzi di comunicazione di massa spendono miliardi di euro per accaparrarsi l’esclusiva dei campionati, dei tornei o degli avvenimenti più importanti, per accontentare questa richiesta costantemente in crescita. Perché i giocatori e coloro che gli girano intorno, a vario titolo, non dovrebbero approfittarne ? Loro sono i protagonisti dello spettacolo. Sono regole elementari del mercato, domanda e offerta, laddove la domanda supera di gran lunga l’offerta i prezzi si muovono di conseguenza. Una persona è andata a vedere una partita di calcio, quando è partita da casa il tempo cominciava ad annuvolarsi, arrivato nei pressi dello stadio ha notato qualcuno che vendeva, ad un costo contenuto, gli impermeabili monouso e poca gente che si avvicinava per acquistarlo, alle prime gocce di pioggia il prezzo era quasi raddoppiato, quando cominciò a piovere, mancava poco all’inizio della partita, c’era la fila per acquistarlo ad un prezzo ancora maggiore. Era aumentata la richiesta poiché nessuno intendeva rinunciare allo spettacolo della partita, a nessuno venne in mente di tornarsene a casa. E’ di qualche giorno fa una scena bellissima, è successo a Liverpool in Inghilterra, nella corsia di un ospedale, in piena crisi coronavirus, tutti i medici si sono messi a cantare l’inno della squadra locale “you’ll never walk alone” (non camminerai mai solo) come messaggio d’incoraggiamento ai loro pazienti e a tutti quelli, tantissimi, la scena ha fatto il giro del mondo, che l’hanno ascoltato. E come (quasi) sempre accade, la Juventus è stata la prima squadra, la prima società ad ufficializzare la volontà dei giocatori di ridursi l’ingaggio. Ancora una volta sono arrivati primi. E le(stelle) altre stanno a(guardare) parlare. (…detto da un tifoso del Toro!)

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